manifesto

 

Le Vide su Le Vide. Backstage a due anni dal primo salto nel Vuoto.                             SECONDO MANIFESTO

 

La Forma è tutto. Sulle sue fondamenta riposa ogni grado del peso emotivo delle cose che compongono la nostra vita.
Vita e Forma sono due principi che si ristrutturano vicendevolmente, nella misura in cui ciascuno abita l’altro.
Perchè sbilanciarsi in un giudizio così icastico: “la Forma è tutto”?
Per dar voce ad un bisogno forse… Ad un’istanza che ci raggiunge dalle profondità dello spirito.
Dalla quotidianità della forma che nella sua struttura configura il deposito di un senso di utilizzabilità e di disponibilità virtuale per l’azione ( il rettangolo di un libro o il cilindro di un portapenne), al profondo mistero dell’esperienza artistica in cui la forma si auto-significa e genera da sé altre forme pur in mancanza di un panorama di significati di riferimento. Ma quante altre tappe tra questi due poli!
Dalla forma che rappresenta con la sua struttura un significato (es: la pace) attraverso un determinato senso (tre linee in un cerchio) in quella che chiameremmo una struttura simbolica, al ghirigoro della grafica e del design che consegnano all’astrazione la superficie degli oggetti d’uso quotidiano, anticipando la pura ed autonoma figurazione artistica contemporanea.
Ogni gesto della nostra vita, della nostra giornata, è, in qualche maniera, volto a configurare il “come” di ogni nostro “cosa”, la forma di ogni nostro contenuto, il modo di apparire, di essere inteso, di ogni gesto, parola, oggetto, sentimento che intendiamo esprimere a noi stessi e agli altri; così ogni giorno scaviamo le scanalature della forma per adattarvi le nostre esigenze personali e sociali, per imprimere in esse un’immagine nella quale ci si possa compiutamente riconoscere. Come lo scultore scava e scopre via, via, gli strati del suo legno, così noi limiamo gli atti e gli oggetti della nostra vita, facendone venir fuori l’intima complessità, cercando in essi la forma più adatta per noi, per significarci e rapportarci al mondo, restituendo alle sue immagini la nostra, quella che ci facciamo di noi stessi.
Il progressivo affermarsi dell’arte contemporanea ha compiuto la sua corsa sui binari, resi reciprocamente indipendenti di Forma e Colore; reciprocamente indipendenti e slegati dalla necessità di un riferimento ad un’oggettualità naturalistica o mimetica. Su questi due elementi, una volta presi nella loro assoluta libertà figurativa e creativa, poggiano le basi di ogni sperimentazione artistica che accada dall’impressionismo in poi (sebbene tale indipendenza segni il tramonto di una convenzione rappresentante una determinata visione del mondo e dell’immagine pittorica, ma non implichi una separazione di fatto dei due principi “in sé”).
Così anche ogni testo ha, naturalmente, una forma. E questa affermazione vale su strati e livelli innumerevoli. Dalla forma narrativa, allo stile, alla configurazione sintattica e paratattica etc. La disponibilità di testi, spessissimo “ibridi” tra verbale, figurativo e fonetico, è oggi incredibilmente elevata; e se da ogni parte, attraverso vetrine, cartelloni, manifesti, televisori e simili, i più semplici oggetti e colori della nostra vita entrano a far parte, col loro insistente richiamo, di quella “estetizzazione generale” del mondo sociale che segue necessariamente allo sviluppo dei media audio-visivi, così anche la quantità di testi e ipertesti a nostra disposizione è in continuo aumento e progressiva differenziazione e raffinazione. Eppure, a ben vedere, per riconoscere i presupposti di ogni genere di “contaminazione” di media differenti tra loro, è ancora alla più basilare pratica di ognuno di essi che dobbiamo fare riferimento. Ci accorgeremo allora che un testo scritto (stampato o autografo) ha già in sè dei rimandi visuali e fonetici, in quanto i suoi contenuti impliciti, che si rendono fruibili attraverso la lettura, sono proprio di carattere figurativo e auditivo; rimandano sempre ad una “voce narrante” strutturata in un certo modo e ad un                   insieme di “segni” che condividono le stesse caratteristiche visive di fondo. Ogni genere di linguaggio a cui un testo dà espressione si compone (forse in egual misura) di entrambi questi tre principi: verbale, figurativo, auditivo. Ma alla scomposizione dei principi costitutivi della pratica pittorico-figurativa, doveva necessariamente seguire una parallela scomposizione di simili principi, nell’ambito del testo scritto (si pensi a Mallarmè). Tale scomposizione prelude, come sappiamo, ad un lavoro di ricerca personale e diversificato su ogni singolo principio, preso nella sua autonomia e di seguito rapportato agli altri. Il lavoro poteva partire da presupposti diversi e da diversi terreni. Dalle invenzioni lessicali e fonetiche di Queneau, allo stream of counsciousness joyceiano, ai calligrammi di Apollinaire, ai deliranti monologhi cèliniani, etc.
Ma riportiamo i fili di tutto questo discorso al suo punto d’origine: la Forma; e, implicitamente, il ruolo della forma per l’esperienza di Le Vide, il quale si inserisce a suo modo nella metodologia della ricerca prima delineata.
Non è opportuno al momento, chiedere a noi stessi di riflettere attentamente sui punti di contatto tra la nostra pratica artistica e il modello rappresentato dall’uomo che appare in foto nella nostra homepage. L’uomo è Yves Klein, detto (su suo suggerimento) “Il Monocromo”, teorico e realizzatore dell’“immateriale dell’arte”. La foto riporta una performance chiamata “Saut dans le Vide”, in cui Klein utilizza l’insolito medium del “vuoto”, per rappresentare un atto di “sensibilità pittorica”. Quale sia il significato profondo di questi termini nell’universo artistico kleiniano non ha, per il momento, importanza.
Le Vide si muove nel vuoto che fa da sfondo all’esperienza artistica costruttiva, priva di saldi riferimenti stilistici o accademici che precedano il piano della libera immaginazione creativa. Vuoto come leggerezza e assenza di regole prestabilite. Ma sarebbe forse meglio dire mancanza dell’“aura” delle regole prestabilite. Di quella sorta di alone di rispetto incontrovertibile che circonda certe regole formali, sottraendola al campo dell’esperienza pura da cui pur provengono e mascherando il processo della loro nascita dal turbinio della vita creativa. Le regole che ritroviamo nel nostro percorso sono regole che ci appaiono auto-evidenti all’interno del processo di intuizione pura della forma. Si tratta di combinare parole e frasi a seconda di come esse stesse si danno all’esperienza del “parlarle”, del canticchiarle, del suonarle su vari toni. Qui le regole che vale la pena di seguire si rinvengono nella loro origine incarnata e non-mediata. La leggerezza dell’arte è anche l’affermazione della sua appartenenza alla quotidianità e alla mondanità del sentire e dell’immaginare. Nessuna metafisica di riferimento. Nessun universo abitato da essenze spirituali che si incarnano nella voce del poeta-vate. La poesia può (e in certi casi deve) nascere dalla strada; dal realismo delle cose che ci circondano e dei pensieri che ci ossessionano e può trasfigurare tutto questo in rapporti formali di melodia e gioco creativo. L’arte può essere una pratica non illuminata dal fuoco sacro dell’ispirazione, può essere coltivata altrettanto bene su diversi terreni, può arrivare agli oggetti che per caso ci passano per le mani, agli occhi che ci capita di osservare per caso, afferrando un pugno di quotidiana banalità nel suo vortice creativo e (ri)formativo. Che orrenda decadenza di sacri valori è questa agli occhi dei moderni pseudo-romantici! Gli affaticati amanuensi che credono di scoprire il segreto dell’Arte ricopiando le orme di un maestro ben affermato e aspettando chini sui propri quaderni a rimescolare “sofferenza” e “sublimità”, che qualcuno finalmente legittimi la loro presentazione al mondo..! Ma l’arte del soffrire e della sublime ricerca è finita. L’arte del “daimon” romantico e dell’afflatus rinascimentale non ci riguarda.
Non ci mostriamo a occhi chiusi e pestando i piedi in segno di protesta contro i “mostri della scienza”, nè contro il progresso, nè contro l’essenza stessa del fenomeno scientifico troppo spesso (e quanto gravemente!) considerato estraneo (o addirittura ostile) al delicato animo dell’artista… E pensare che la prima “scienza esatta” (come osserva brillantemente Elkins) si costituì proprio attraverso la pittura..! Noi accettiamo le esperienze e i suggerimenti scientifici (ricevendo così, daltronde, il monito della riflessione artistica di tutto il XX secolo…nulla di nuovo quindi, solo una pulita alle offuscatissime lenti che certe tendenze vetero-rinascimentali della critica d’arte ci inseriscono pian, piano davanti agli occhi) e siamo aperti a quelle “esperienze esatte” in campo artistico reclamate da Paul Klee. L’artista è lo scienziato del visibile e dell’udibile (dimensioni queste presenti entrambe nel leggibile). Nel Vuoto, l’esperienza dello spazio e del tempo ritrova se stessa a partire dalla propria origine e dalla propria fonte corporea, al di qua di ogni successiva determinazione, nel panorama di una legalità ideale e pura.
Alla sofferenza si sostituisce, come molla di tale esperienza artistica, la meraviglia di fronte a tutti i gradi delle manifestazioni delle cose, la gioia creativa, la noia da cui fuggire, la banalità di un “esercizio di stile”; alla ricerca erratica e nebulosa del sublime si sostituisce la sua constatazione reale: “The Sublime is now”, secondo l’espressione di Barnett Newmann.
L’immateriale, per come noi lo intendiamo, sarà invece, piuttosto un alleggerimento dal peso specifico di ogni materia determinata; una rinuncia che preluda al libero utilizzo di materie diverse per ogni genere di processo creativo, senza calcolare minimamente il loro possibile collegamento convenzionale ad una forma precisa, ad un soggetto particolare, ad un metodo prestabilito. Materia libera dalla forma e forma libera dalla materia! La forma significando se stessa e nulla di più, non avrà che da scegliere la materia più appropriata per i suoi giochi immaginari e creativi, piuttosto che per arrivare all'”immancabile” sbocco verso un significato prefissato, verso la compiuta unità concettuale. L’immaterialità sarà il trattamento sregolato di ogni tipo di materia, nella leggerezza data dall’assenza di connessioni tra essa e (quella che consideriamo essere) la realtà.
E qui, inevitabilmente, il temrine stesso stona un poco e segna il nostro allontanamento dal vero e proprio ideale di Klein. Ma è in fondo di un’analogia che stiamo discutendo, paragonando il nostro metodo a quello del celebre pittore monocromo, proprio nel senso di quella figura retorica che introduce alla magia della metafora. Un’analogia, forse, solamente materiale.
Il testo e le sue forme, fino alle forme delle singole parole ci attraggono come la scomposizione di una melodia in toni puri e in “rumori armonici”, interesserebbe un musicista contemporaneo. Le parole stridono e risuonano e si accostano come delle note a volte. Prendiamo questi versi di Alfonso Gatto ad esempio:

Si spensero i fanali
restò la luna sui davanzali

grigia e rosa come un duomo
ove cantano le vocali.

La potenza creativa di questi versi non sta solo nella dolcezza del tratto surrealista delineato dalle sue metafore. Ma risulta piuttosto da un certo tipo di combinazione tra metafora e rima, due potenze primordiali dello spirito, forse, che sottendono all’intero edificio della Poesia. Leggendola e rileggendola la rima in “-ali” che vediamo quassù comincia a sembrare quasi una chiusa di un motivetto musicale, come una sorta di nota allargata verbalmente, o (per converso) un grafema che cerca di ridursi alla semplicità della nota musicale. Si vede bene, allora come le lettere e le parole da esse composte abbiano bisogno di essere sempre e comunque “parlate”, per essere davvero seguite nel loro senso. Le lettere si amplificano, le parole rimbombano, fanno eco le une alle altre… Le B bollono, le T scoppiettano le S sibilano e scintillano! Lo stesso collegamento puramente astratto tra la musicalità e il pensiero che essa evoca, si può ottenere dalle parole deviate dai binari della referenza semantica, grazie all’intenzione del compositore/poeta e dell’ascoltatore/lettore! Qui si va oltre l’onomatopea, verso la vera e propria sensibilità musicale della parola (per questo la S non si limita a sibilare ma scintilla, eccome se scintilla!).

 Kinder waren, die an Quellen sa(ss)en,
und der Abend kam und sang fur sie,
sang solang bis sie das Heim verga(ss)en
Uber seiner su(ss)en Melodie.

 [in parentesi, la lettura fonetica]

 Era Rilke stavolta. Ed ecco il punto! La “dolce melodia della sera” cantata in questa poesia è in fin dei conti la dolce melodia che possiamo ascoltare nelle parole, lasciandole risuonare come forme di un suono puro. La Forma, dunque, il “come”; l’abbandono dei bei soggetti, in funzione delle belle parole (che poi sono solo quelle che ci piacciono via, via che le combiniamo). L’immagine e l’“apparenza”, che viene prima di un soggetto da riprodurre o imitare.

E proprio per questa strada, oggi come un anno fa, ritroviamo il grido husserliano:

“Alle cose!”

4 Gennaio 2012

le Vide

 

 

DICHIARAZIONE D’INTENTI E PRIMO MANIFESTO

Ci è indifferente se, ad esempio, il nome ‘Odisseo’ abbia un significato fintanto che consideriamo il poema alla stregua di un’opera d’arte. Il tendere alla verità è dunque ciò che ovunque ci spinge ad avanzare dal senso al significato
(Gottlob Frege, Simn und Bedeutung)

Sul ponte sventola bandiera bianca.
E a vederla non sono più soltanto i nuovi nietzscheani (per hobby o per vocazione), i fautori della “morte del sole”, i disillusi discepoli di Sgalambro e i nichilisti della prima o dell’ultim’ora. La vediamo anche noi adesso… noi che a Beethoven e Sinatra non preferiamo l’insalata, né a Vivaldi l’uva passa, né un centro di gravità permanente alla vorticosa giostra delle vite.
E lo sfondo originariamente destinato ad ospitare questa triste immagine di sconfitta è, adesso, più che mai calzante: la Venezia assediata, presa per fame, sfiancata dalla peste… la fumosa Venezia di Ruskin, il pallido riflesso sulla laguna, “spoglia di tutto tranne che della propria grazia”.
Questo fortunatissimo simbolo di bellezza e fragilità, nella storia europea, è ora sotto gli occhi di tutti, “nell’epoca finale della sua decadenza”…
La bellezza si arrende..!
Ma da chi è stata essa cannoneggiata tanto a lungo? Di cosa ha tanta fame da stare morendo? Quale tremendo morbo le tronca il respiro..?!
Per rispondere a queste domande occorrerebbe forse scendere a guardare, vis- a vis, l’orda barbarica che la incalza, il nemico che le rode le fondamenta già pericolanti e sabbiose. E chi è questo nemico..?
E forse a lui che Le Vide rivolge la sua ricerca? Contro chi prendere le armi e soprattutto..quali armi usare..?
E poi.. cosa si vede dal davanzale del balcone dal quale si getta sorridente Yves Klein? Verso quali orizzonti egli si lancia spensierato.. verso quali occasioni e quali promesse?
Uno di questi è forse il ritorno “alle cose”, lo scavo per il rinvenimento del senso dell’essere, del significato delle cose, per come esso si dà, quotidianamente alla nostra esperienza, privo di cartelli posticci, d’obbligo o di indicazione… Noi crediamo forse di vedere come il chiaro di luna fosse già in do minore, prima che Beethoven lo scrivesse, come tutte le sinfonie europee fossero già state scritte dal vento sulle pagine degli alberi e i pentagrammi delle foglie, prima che i nostri padri le scoprissero nell’aria. Crediamo nella scoperta della bellezza.
Crediamo nell’Occhio e nel valore in sé, di ciò che esso vede. Nell’uguaglianza della luce di aurora e crepuscolo, di Stella del Mattino e Stella della Sera e nella pari bellezza della Natasa-luce di Puskin e della Signorina Felicita di Gozzano (azzurra d’un azzurro di stoviglia).
Le Vide non aspetta la morte del sole. Leva invece, l’antico elmo, delle epoche bellicose e traversa il ponte su cui sventola l’ultima bandiera, per guardare oltre il fumo della battaglia persa.. Riconosce “l’ora di difendersi quel poco” (come sussurra il diafano Cesare di Milosz, sotto le rovinanti mura della Roma invasa..).
Le Vide non si fida della letteratura ipocrita del tornaconto personale, dell’insulsa arte dell’accademismo iper-tecnicizzato, della funambolica retorica delle massime di presunti santoni orientali.
Non ci fidiamo delle risposte. Solo le domande, forse, valgono lo sforzo di vivere… Il nemico che guardiamo in faccia ha tra i tanti volti, quello dell’Assoluto non-mediato, della risposta preconfezionata, della Semplicità a portata di mano. Perché l’uomo moderno è sì l’uomo della tecnica e della complessità del progresso…ma è pure l’uomo che chiede il ritorno alle cose semplici, alle cose di tutti i giorni, ai piaceri di quando si era “bambini”. E naturalmente la gigantesca macchina commerciale dell’Occidente si fa subito in quattro per soddisfare la sua richiesta, per frenare questo suo pressante bisogno…! Via lo stress giornaliero, ecco la Semplicità, ecco il breviario di massime Zen e di esercizi di yoga (opportunamente riveduti, corretti e sfoltiti del significato) da impiegare per sfuggire al peso della modernità! Ecco l’Assoluto, pronto per le nostre mani, ad ogni momento..!
Troppo a lungo ha regnato l’impero della teoria, della speculazione intellettuale, dell’insoddisfazione di filosofi perditempo e letterati narcisisti.. è l’ora della pratica adesso! E’ l’ora dell’”uomo che non deve chiedere mai”! L’uomo che non ha modelli da seguire, che sa sempre cosa è meglio fare, che ricorre, tuttalpiù, alla saggezza pastorale degli antichi, propagandata nei supermercati; l’uomo che non è più afflitto dal tarlo del pensiero.. dal creare problemi ove non ce ne siano, dal cercare di far bello ciò che deve solo essere utile (sostituendo inutili archi e volute a salde architravi e piedistalli). Tutto può essere “assolutamente” semplice, assolutamente genuino, assolutamente pratico se solo lo vogliamo!
Pochi si accorgono in questa insalata mista di prediche e istruzioni per l’uso di un piccolo difetto che l’Assoluto non-mediato porta con sé. Quello di risolversi sistematicamente nella sua mediata contraddizione… Chi si accorge che l’uomo che non deve chiedere mai, è un uomo che deve chiedere sempre (chiedere il permesso che lo legittima a non chiedere mai)? Che l’uomo libero dai modelli segue un unico modello sempre fisso e totalitario che è quello che gli impone di non creare liberamente altri modelli? Chi si accorge che l’uomo che chiede la Semplicità è già troppo complesso per averla servita su un piatto d’argento e troppo cresciuto per tornare in un soffio ad esser bambino? Chi riesce a vedere come la semplicità possa essere solo una meta da raggiungere, e non un punto da cui partire, attraverso un difficile e complesso percorso?
Noi vogliamo sforzarci di vedere tutto questo. Vogliamo imporci di guardare oltre le promesse di pace interiore e calma dei sensi di un Oriente de-orientalizzato e commercializzato nei mega-stores occidentali. Oltre il romanticismo disneyano dei sogni che vale la pena vedere solo se si avverano (non sono sogni questi, ma allucinazioni, dovute all’oppio del pensiero!).
Mentre continuiamo a sognare solo ciò che per definizione non si avvera, noi non aspetteremo che qualcuno venga a dirci cosa sia l’arte, come si faccia la musica, cosa debba contenere la poesia. Noi stessi saremo l’arte, la musica e la poesia, giorno per giorno, e solo dall’interno di questi movimenti dello spirito potremo dare i nostri giudizi.
Noi preferiamo trecento righe della Metafisica che mettano in discussione i più banali principi del nostro vivere quotidiano a tre righe di un anonimo maestro Zen che ci semplifichino tutto d’improvviso. Noi preferiamo una bufera di passioni e di sconfitte, alla placida vittoria della depurata buddità. Noi intravediamo un Oriente talmente ricco di profondissima teoria, da far impallidire chiunque voglia davvero conoscere la sua “filosofia pratica”; intravediamo il suo tradimento da parte dei suoi rivenditori occidentali; intravediamo l’avvelenamento di ogni sincera ispirazione e bellezza, con il siero della presunta “neutralità illuminata”.
Ma non è questo l’ultimo scorcio che vogliamo vedere, prima che Venezia sprofondi tra le acque.
Noi crediamo nella possibilità e nella validità di una seria Teoria di una appassionata Letteratura, di una sincera Poesia… non ci accontentiamo delle post-moderne estetiche ritagliate malamente da vecchi immaginari simbolici e riadattate, tirate a lucido e spalmate come burro a perfetta giustificazione di mirabolanti esperienze artistiche, non altrimenti giustificabili. Noi invochiamo l’estetica maturata dal dimenticato “Spirito Europeo”, l’estetica come Scienza generale dell’arte, di Dessoir, la letteratura che sappia darsi dei canoni e delle fondazioni, che sia d’esempio a se stessa. E questo non per puro spirito di selezione, o, per presunzione di giudizio, ma solo per rendere più chiaro ciò di cui si parla quando si tratta di un’esperienza letteraria e di una fruizione estetica in generale. Perché se con l’arte l’uomo è riuscito a donare l’infinità del senso alle cose che lo circondano e a fare della dimensione dell’”uso” quotidiano, una dimensione di “pensiero” ed “emozione”, dell’esperienza del reale, un’esperienza dell’immaginario, e se è riuscito a “distaccare” dal mero contatto per “stimolo-risposta” con la natura, una via per un’esperienza estetica sempre rinnovantesi, allora per questi motivi e per questi traguardi (che sono traguardi della storia dell’uomo e dell’evoluzione spontanea dell’esistenza umana), vale la pena porre le dovute distinzioni. Tra ciò che è azione artistica e ciò che non lo è; tra ciò che sa di letteratura e ciò che non sa di nulla, se non del tentativo di rivendere a basso prezzo una squallida copia dei sentimenti umani; tra ciò che suona come musica dell’animo e ciò che sembra solo traballante metrica ad effetto, voluttuosa presa in giro di se stessi e degli altri.
Noi vogliamo stabilire dei canoni non scritti, che distinguano l’impegno dell’uomo per l’uomo, dalla banale volontà di vendere se stessi, la ricerca di un senso sempre nuovo nel reale, dalla vezzosa speculazione sul non-senso di ogni cosa. Vogliamo distinguere ciò che ha un’anima e una vita, da ciò che si perde nella morta ipocrisia della moda di costume.
In quest’ottica, ci aspettiamo di accogliere a Le Vide ogni vostro impeto creativo…scriveteci racconti, poesie, articoli, saggi critici, frammenti di romanzi, canzoni, parole in libertà, idee, spunti, suggerimenti, fotografie, riflessioni, domande su domande, qualsiasi cosa vogliate vivere e condividere in un vissuto empatico con gli altri; scriveteci da allegri, da depressi, saltellando sulla poltrona o versando amare lacrime sulla tastiera, scrivete all’in piedi o a testa in giù, appoggiati alla scrivania o al muro, o al seno di una donna, scriveteci da sobri, scriveteci da ubriachi, da folli, ma soprattutto…scrivete da vivi!!
La Bellezza ha fame di Vita…
Non scriveteci invece, se avete degli elenchi di frasi fatte e arguti aforismi con i quali credete di abbellire ogni blog alla vostra portata, sotto l’egida dell’ “ognuno sarà pur libero di scrivere ciò che vuole e libero di essere letto”, perché non troverete in noi dei liberali…
Non scriveteci le belle frasi su misura, in cui si debba ritrovare tutta la propria vita, come gioielli, coi quali adornereste il vostro sorriso e come parole da incidere sulla vostra tomba, perché sulle vostre tombe noi sputeremo…
Non scriveteci per dirci di non preoccuparci, di non affannarci a tribolare, perché tanto Tutto è Nulla, il Passato è passato e Domani è un altro giorno, perché vogliamo liberamente struggerci e consumarci nella Ricerca, nel continuo oltrepassamento di noi stessi, nel desiderio di conoscenza e non di una “prefabbricata saggezza” applicabile subito dopo l’acquisto, alle nostre misere vite…
Ora sembra che abbiamo detto molto su “ciò che non siamo e ciò che non vogliamo”, e poco su ciò che vorremmo essere, e pare proprio che ci manchi quella famosa “parola che squadri l’animo nostro, da ogni lato” e che ad oggi solo questo possiamo dire.
E ora che lo si è detto, se siete pronti ..ad accettare di non aver nulla di pronto, cominciamo pure.

Alle cose !!

20 aprile 2010,
le Vide

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