molo

si sbriciolano le ore
come il pane
nella bocca del porto,

all’ancora della sera
in mezzo ai calici bianchi,

all’ancora sbarazzina
che ferma e non per sempre,

e come due passi
in un metro,
calma e un po’ scombina

sul pelo dell’acqua,
sul pelo del mondo,

che si fa un poco per ridere
e un po’ per scherzare,

ma sono le onde che tornano
a non voler ripartire,

e sono i ricordi più tondi
a non volersene andare.

banditosenzaluna

2.01 am

perdonami davvero
se sono così debole da dire
che non siamo tutti quanti belli uguali,
se inciampo ogni secondo in mezzo ai fili
che mi reggono i pensieri,
scusami se predico male
e razzolo peggio,
sono soltanto il miliardesimo cervello
di un miliardesimo di mondo
qua in basso,
e faccio male i miei conti
e non rispondo in modo onesto
alle domande che mi pongono,
perché sono un buonannulla portentoso,
un colossale tonfo, e non ho mai imparato
che cos’è l’amore,
la fratellanza e tutto il resto,
e devo aver smarrito la memoria
se mi dimentico ogni tre
del perché non credo,
se c’è un dio, un dio lontano,
alto così alto che non mi vede nemmeno,
grande così grande che non lo si può
chiamare in causa
se ti si rompe il motorino,
antico così antico che
davvero che potrà sapere
del come ci si sente a ventott’anni?
buono così buono da permettere
che non si possa ridere a suo nome,
perdonami davvero dico
se sono così stronzo a protestare
e a non agire,
prenditela col mio mangiafuoco,
col genio che ha forgiato la mia lingua,
svenduto il mio destino,
prenditela con l’uomo nello specchio,
col libro che ho interrotto,
col Loplop sulla spalla che mi ride,
col me che tra due ore ti ripudierà
e quello che domani
ti cercherà
e implorerà perdono.
io sono così e sono solo,
non rido e mi amo poco,
soffro la solitudine e il silenzio,
detesto il mio futuro
e rinnego il mio passato,
smettila di amarmi, per favore,
fallo per amore,
e per amore uccidimi,
uccidimi come se dovessi
darmi un bacio per zittirmi,
e poi lasciami stare.

banditosenzaluna

impressioni di Piter

accanto a Neva indorato
si rivela un sogno,
nel gelo grigio dei ponti divelti
verso la pancia del cielo,
Piter sa dove comincia
il suo giorno.
e l’alba in anticipo
ci corre incontro,
i ragazzi uscenti
in calzoni da nuvole
per tornare alla vita,
gli ultimi uomini barbuti
sulle panchine bevendo
a Mayakovskaya.
ho lasciato a casa il cappello
e la mia disperazione,
la bella volpe baltica
mi si insinua intorno
al naso e alla bocca.
ponimi ancora il tuo assedio tu,
mia devotchka.
di gemme verdi e fumo di Kent
riempimi il viso.
riporta alla mia finestra
il suo sole, ancora.
io sono stato partigiano
un solo giorno, sono stato ucciso
vivendo. non lasciarmi
con la bomba in mano
e la palpebra asciutta.
il ponte è ancora teso
come un arco nel cielo.
come uno straccio vecchio
spazza le stelle il vento.
ed io come Piter non so
dove riposa il mattino.

 

banditosenzaluna

 

fine marzo

Ho una finestra sul cortile
ho un cappello verde verde
son felice del mio dormire
chi non vuole non si perde.

Varie storie sulla sedia
altre storie nella testa
non c’è arte a cui non chieda
di mostrarmi una foresta.

Lei sta ferma sullo schermo
di una foto senza stile
non mi invita al ballo eterno

e non è nemmeno aprile.

                                                                                                                    Nicola Fleming

la passione di orlando – seconda parte

2° parte

La mia voce dall’aldilà ti accompagna, mio principe,
senti la stretta della mia mano sul braccio mentre si piega
per scrollare la briglia; ti presto la mia voce per soffiare
all’orecchio di Brigliadoro una parola di sprone.
Il cuore non posso lasciartelo, perché ora che non vedo più
la forma rivelatrice delle cose, perfino ciò che è all’origine
della vita mi è celato, come se la pura luce in cui sono disperso
potesse contenere la vastità di quello spazio vuoto.
So che puoi sentirmi, e per questo breve cammino raccomando
il sangue trascorso nelle tue vene alle stelle che vegliano
sulla fortuna di questa famiglia, perché in te riesca a pulsare
così forte e veloce da regalarti la vertigine della corsa
sorella del volo degli angeli liberi dell’empireo.
Ti prego di ascoltare il suo rumore,
di farti sempre più presso a quell’angolo
che solo la tua pace e devozione riusciranno a misurare;
la tua pace sopra ogni cosa, il ferro che nessuna punta potrà mai perforare,
finché ne resterai all’ascolto, e ti lascerai condurre,
immaginando che sia la mia mano nella tua, che ti conduce alla foresta
dei tuoi ricordi più remoti, rossi come il fuoco tenue di questa nuova alba
che ti colora il viso, invitandoti ad entrare.

Vola grazie a queste ali che scricchiolano
sugli steli monchi di pianura, una distesa di boccioli
verdi come gemme che attendono la pioggia di stagione
pur se adesso, al di là delle nuvole, si affaccia il nuovo sole nascente
a sorridermi, e nel silenzio dei nostri passi sembra quasi
che la natura mi parli, sibilando così lieve da confondersi
col silenzio della mia attesa.

Negli occhi del mio compagno di viaggio
balugina come gioco di luce sottile il movimento
della coda del cavallo del mio re, partito insieme a noi
per indicarci la via.
La mia memoria è labile e non mette al riparo
dalla possibilità di smarrirsi; per onorare celermente
il voto che ho fatto, questa notte ha visto giacere i nostri due cavalli
nel pagliaio, in modo che Brigliadoro potesse ritrovare, senza pericolo
di smarrirlo, l’odore della bestia sua compagna, la sola che, se anche bendata,
saprebbe in qualsiasi circostanza raggiungere il luogo che cerco, la cui immagine
con l’andare del tempo ha cominciato a sbiadire
nel mio sentimento.
Ora dunque il più fedele amico del re galoppa
senza un freno che ardisca stringergli la briglia, vola
senza queste ali che sono solo nostre, Brigliadoro mio,
perché il suo manto non è più dello stesso bianco
di quando uno degli angeli dell’empireo gli ha sfiorato la fronte,
infondendogli la grazia della stelle, eppure
esso muove come onda di maroso
per lo spirito che è parte di lui, succube gaudente
della voce che il re gli ha sussurrato nelle orecchie per tutta la vita.
Brigliadoro ti seguirà finché avrà fiato in corpo, non aver paura,
neppure tu, di scivolare oltre non visto, sfuggendoci,
poiché vi muove lo stesso furore, che vi siete scambiati nel sonno,
ripartiti in parte uguale, che ci guiderà fino alla sponda bagnata
dalle acque della mia memoria, quando eravamo qui tutti insieme
ad eccezion tua, Brigliadoro, poiché il mio destino doveva ancora compiersi,
e le ghirlande odorose che intrecciavo sul capo di mia madre non ancora regina
erano salutate dagli sbuffi di questa bestia distratta che ci tiene dietro,
così attenta alle umane cose e ai nostri rituali
da far nascere il sospetto che il suo cuore fosse un tempo
quello di un uomo capace di sentire.
Ora mi rammento che le acque di questo luogo
spandono nell’aria un’essenza che racchiude gli odori
dei quattro angoli del mondo, le sue parti migliori,
e stilla in perpetuo una pioggia che ne ricopre a manto la terra,
di cui essa si impregna e la fa sciogliere in profondità, gettando
il seme informe del fiore più raro.
E così non appena quell’odore inebriante
ti prende all’improvviso, e non puoi fare a meno di sentirlo,
maceri allora nel dubbio più dolce della tua intera vita, poiché non riesci
a decidere se si tratta di un fiore, dell’acqua di fonte o del rosato sulla pelle
di una donna amata. L’idea che potrebbe essere
una mistione dei tre fa salire una vertigine alla tua mente inattaccabile,
che non deve distrarsi, non puoi lasciarti andare prima del tempo
alla maniera della più grande figura tragica dell’antichità, il cantore Orfeo.
Il tuo compito è senz’altro più agevole, dal momento che all’immagine
che ti è vietato smarrire non ti lega amore carnale, bensì la pura, cieca
devozione, per tacere dei ricordi che riaffiorano
costituendo ciascuno come una placca
da aggiungere ai pezzi della tua corazza.
Mente e corpo sono divisi da una barriera sottile
come la pelle su cui si scrive, eppure sono ambedue inattaccabili,
l’occhio è vigile e la mano pronta ad imprimere un sussulto
che si propaghi fino all’allaccio della briglia, anche se pensi che non
sarà necessario, che al momento giusto le gambe del tuo migliore amico
affiancheranno quelle che tengono la testa della corsa, per riunirsi insieme
tra i flutti dell’oceano divorante.
E’ un fuggevole istante colto a malapena
in un guizzo di luce che riverbera negli occhi dell’osservatore,
l’attimo in cui la coda della bestia schiocca come una frusta sollevandosi
per restare sospesa in aria, immobile nella luce.
Il sole scompare dietro una roccia alta
che sembra tagliare il fianco del cavallo del re, ma basta seguire
la curva suggerita da quegli arti al galoppo per ritrovarsi dall’altra parte,
illuminati da una luce così soffusa, così diversa da quella persino aggressiva
della prima parte del cammino, da avvertire la presenza di uno spirito custode
accanto a te, a cavallo dell’aria limpida, quieta, un’aria che non si affretta.
In questo luogo i miei genitori si sono scambiati
la promessa di vita eterna nell’amore puro che viene dal cielo,
ai piedi della cascata che si riaffaccia al mio sguardo, là dove si perde il mio occhio,
mandandomi deboli bagliori del tesoro che serba nell’oscurità della roccia.
Le gambe della bestia si tuffano nello specchio
plasmato dall’incontro di venature celesti
intrecciate come steli in germoglio, per cui la superficie ne ritorna
lievemente increspata, come fosse uno scampolo di pioggia di temporale
appena scongiurato.
Brigliadoro ed io ci immergiamo nella quiete del suo letto,
ed è come ritrovare una sensazione che si credeva perduta, laddove
proprio quel timore ci ha permesso di continuare a seguirla, dedicandole
la nostra cura come si sarebbe fatto per una persona amata.
Il cavallo del re gira su se stesso e il suo collo teso
è una corda che chiede alle mie mani di stringere un nodo
che faccia passare tutta la mia gratitudine dal petto fino al punto in cui,
su quella fronte bianca, potrei presumere sia avvenuto il tocco dell’angelo.
Brigliadoro mi lascia smontare e lo affianca, la corsa è finita,
ed ora finalmente possono lasciare che il fuoco rimasto da spegnere si estingua
con un sorso di acqua di fonte. Accarezzano la superficie con il muso.
Vorrei abbandonarmi anch’io, come una bestia, sull’acqua,
ma il peso che pende dal mio fianco destro sarebbe capace
di innalzare al cielo la calma di questo luogo, ed allora sulla terra prosciugata
ricadrebbe la pioggia più fitta che il mondo ricordi.
Se soltanto immergessi la punta di questa spada, anche solo dalla parte dell’elsa,
al di sotto della superficie, lo specchio azzurro e liscio
diverrebbe rosso e schiumante come un maroso in tempesta.
Invero sono qui per sguainare la lama e puntarla unicamente
contro il designato, lo stordirò senza ferirlo, con il chiaro intento
di placare la voce che mi rimbomba nella mente, l’eco del sangue del re
che pulsa ancora. So che le mie mani tremeranno,
ma so altrettanto che il rimbombo del cuore che ti è rimasto mi guiderà, padre,
non mi lascerai sferrare questo ultimo colpo senza accompagnarlo,
so che questo attacco sarà il primo e ultimo che libererò, che mi trasformerà.
Lascia che mi prepari, allora. Il tempo già incombe,
e la tua voce si fa sempre più lontana…

bizzarro

la passione di orlando

1parte

Ero al capezzale di mio padre 
con le ombre gettate da quei fiori di barba incolta
che intrappolavano le pallide intromissioni
di una luce grigia

gli tenevo la mano, ed ero solo
con il peso della solitudine sulle spalle
e il cuore orrendamente sgravato
eppure il peso di quella mano vuota
era sufficiente a tenerlo inchiodato alla terra
alla cui altezza si era librato, incapace di fuggire

gli tenevo la vita tra le dita
nascondendo il volto nel cavo d’ombra disteso fra me e lui
tenebra gelida e stantia, impassibile
di fronte all’esibizione degli ultimi resti
della gloria di un cavaliere

mi aspettavo che dicesse qualcosa in merito
come gli era piaciuto fino all’ultimo
di quei brevi istanti indispensabili
ma il tempo della celebrazione aveva appena intonato un’esequie,
laddove le ultime parole di questo tremebondo campione
dovevano semplicemente accompagnarlo
nell’ora indicibile della riconciliazione

Mi raccontò, senza saperlo,
l’inizio del mio viaggio
proferendo una voce che aveva
la pura, seppure greve, levità
di coloro che hanno abbracciato la luce
mentre si liberavano di tutti i rimpianti
ognuno col nome proprio, più numerosi 
dei nemici che si sono mandati anzitempo
a compiere il passo prima che l’invito
giungesse a noi, per arrivare al nome 
del rimpianto più grande, quello che in realtà
manca di una voce che lo esprima, perché non si può dire,
lo si può solo scontare, e non c’è protezione che regga 
all’urto di un cattivo esempio.

E allora mio padre cominciò
scusandosi con me come se fossi lei, e non potessi replicare,
né lacrimare e spargermi di pentimento sul suo petto, simile
a pioggia di tortura.
Mi confidò che la colpa più grande di un cavaliere
è perdere uno solo dei baci che spiccano sul profumo 
di quelle pazienti labbra schiuse, e lo disse tanto
e con tale riserbo, che finii col farne monito 
in uno spazio del mio cuore, dove si accumulano i pensieri
scaturiti dalle notti di sogno leggero.

Sentivo comunque di aver bisogno che mi suggerisse
una ragione più personale per lasciarlo, un esempio
che mi riguardasse profondamente, e fu allora che,
mentre la sua mano nella mia pareva ritirarsi,
facendosi sempre più esile e scarna,
il mio inestimabile, glorioso campione e maestro
mi affidò i suoi ultimi resti nel rivelare come la fine
che stava per incontrare gli incutesse più alcun timore,
poiché con l’esempio che gli avevo dato in vita, combattendo 
al suo fianco, era riuscito a volgere la paura nell’accorata pietà
stillante dalla sua tempra di penitente.

Mio padre benedì il mio cammino in tempo
perché non smarrissi l’esile filo della sua voce già lontana,
ed io seppi dove andare prima di intraprendere la traversata.
Era un luogo che non osavo sperare di rivedere, il gioco baro 
del destino esigeva che vi tornassi per contravvenire alla promessa
che feci al principe il giorno prima che lei se ne andasse.
Allora si erano promessi reciprocamente la vita
al riparo dell’ombra di quell’incanto custodito da alberi
la cui maestà non si leva dritta al cielo, bensì preferisce 
ripiegare dolcemente, senza opporsi, verso la gravità di uno specchio
di acque sempre cangianti, come le pagine di un libro di magia. 
Il re disse che il luogo in cui si era scambiata una simile promessa
non avrebbe mai dovuto conoscere la tempra macchiata di sangue di una spada.
Il fatto che i suoi occhi prima di spegnersi
mi ricordassero come l’uomo che aveva sconfitto la morte in sua vece
mi diede la forza di fare il primo passo in quella direzione.

Trovai sopra ogni cosa il coraggio di guardarlo 
in quegli occhi che avevano accompagnato con tale fierezza le parole
da indurmi a muovere le dita, sfiorare la sua fronte distesa 
e calare le palpebre su quelle orbite vuote.
Non avevo mai sfiorato il volto di mio padre, il principe,
prima di allora, eccetto che con la spada.

bizzarro

 

 

spoons

 

 

non è stato bello da parte tua
andartene così,
con la sigaretta sul vassoio
ancora a metà – e se la fumerà
il vento – non tanto per il preavviso,
è una tua decisione, perbacco,
ma per la fretta, che senso vuoi che abbia
uscire di scena nel silenzio,
lontano dagli sguardi dei paganti,
rinunciare agli applausi..
no, non è stato bello, consentimelo,
nei miei confronti oltremodo,
e dire che noi due ne abbiamo avute
e ne abbiamo viste di cose
e condivise di ore, di caffè annacquati
e musica country, d’accordo
restiamo positivi come dicevi,
con la pistola scarica sotto il cuscino,
freghiamocene delle medicine
e dell’insonnia, del mondo che sta fuori,
tanto ad unirci ci sarà sempre
quel nome a caratteri grandi
tatuato sul suo collo lunare.
e comunque, consentimi anche questo,
avremmo tutti preferito un altro modo,
e ci vorrà un po’ di tempo
per disfarci della tua essenzialità
e insieme alle tue cose, del tuo amore.

 

 

e adesso a quale tavolo barerai,
e quale fusto spoglieranno
i tuoi pallidi occhi minuscoli,
sono certa che di assi nella manica ne hai
quanti ne vuoi, e pagherei per vederti
con la bocca a serramanico

papà è fuori per lavoro, mamma è di là in salotto,
il cane è fuori a far la guardia alla sua palla
e se ne infischia dei cervi e delle lucciole,
e Jack è sempre chiuso in bagno
a far la guerra ai germi come pensa lei
tutto fila liscia oppure no,
noi il tempo lo lasciamo passare,

lei, oh lei è quella di sempre,
non so davvero che persona sia oggi,
potrei parlarti di ieri, di domani forse,
per lei il tempo corre in fretta,

lui invece non chiama da qualche giorno,
sarà seduto come sempre alla sua sedia,
col pacchetto di Marlboro nascosto nel taschino,
tutto intento a non farsi beccare
da quella vecchia spia polacca o di ovunque cavolo sia,
anche lui in qualche modo il suo tempo
cerca di farlo passare,
e so che non finiresti mai di ringraziarlo
per averti piantata,

ci manchi, questo è chiaro,
e io davvero non so da dove cominciare,
faccio sedici dollari l’ora per otto ore al giorno,
la sera torno a casa e non ho tempo per mangiare,
mi infilo a letto presto e, non ci crederai,
ogni tanto prego, ma questo lei non lo saprà mai,
non gliela darò mai vinta,

e il tempo a dirla tutta non mi passa più,
senza te che mi bacchetti accanto,
senza lui che mi racconta le sue storie
con quel suo strambo accento Dago
che imitavi bene

il tempo a dire il vero non lo conto più,
e vorrei davvero sapere
se stai barando anche con me adesso.

 

banditosenzaluna