nel Paese Valéry (estratto III)

L’ȃme exposée aux torches du solstice,
Je te soutiens, admirable justice
De la lumière aux armes sans pitié!
P. Valéry

5.   la ferrata numero 8 treno per la Campagna, scatola ferrosa semovente a posto prenotabile, regionale 613 per Rimini detto “London Valour”, numero carrozze 6, numero posti 222 ma la faccenda non è pari e qualcuno tocca poltrona singola, posti per carrozza 37 infatti, il controllore una figura nero-grigia, carrozze climatizzate toilette alla 2, martelli frangivetro, ha un amore in Cina trovato su internet, lì dove tu prendi anche i biglietti;

e il capotreno aveva il papà Sioux ma non fa fermate a Black Hills non c’è tempo per salutare, da piccolo i suoi lo hanno iscritto al liceo Volta poi lo hanno iscritto al collocamento pesi poi all’ufficio oggetti smarriti della stazione, ora in 70 anni non ha mai bevuto coca-cola, il controllore lo sfotte “augh!” quando sale a bordo al mattino;

e la ferrata è un matrimonio campestre, della ruggine coi muschi verdi, su cui si butta un ragazzo a Faenza ma il treno fa un salto e gli ruba il titolo di giornale, domani prima pagina riforma dell’istruzione contro cui a Roma, si va di manifestazione;

e se scendi a Cesena vedrai un simbolo sotto un telo nero, inaugurano a breve libereranno il cavalluccio solo allora, c’è timore per risse e vetrine rotte lo sceriffo ha lasciato ieri la città, stanco di pulire marciapiedi di contar gatti ha preso il tuo treno nell’altra direzione, domani lo danno a El Paso altri dicono a una prima comunione;

e il capotreno aveva la mamma di Morciano, beve forte come lei quando la luna sale piano, zdora romagnola vera puliva solo di straccio, ideò il modo per convertire sensi di colpa in condimento, il medico assaggiava i paciughi sentendo troppe spezie, lei gli leggeva la mano e lo prendeva in bocca il martedì;

e se a Savignano guardi fuori vedi il fiume che passò Cesare, c’è ancora la sua borraccia tra una pietra e un salto, gliel’ha regalata Ave che si erano conosciuti a scuola, lei è venuta apposta dalla Svizzera per salutarlo, ha perso solo un po’ di smalto da quando un grillo ci ha aperto dentro un bar;

e alla fiera ti devi fermare per andare a San Martino, non vedrai mai il lungomare e via Vespucci, lì c’è il niente e una parrocchia ma serve pur un insegnante, il parroco vuole imparare una messa in latino per suo figlio, è morto raccogliendo acqua di mare con le orecchie, e ti alzi sopra la tua vicina a spiarle il cruciverba, devi inghiottire i ricordi ora sperare che l’aria respirata serva, la porta non è lontana vestita del suo gilet;

e il controllore sussurra al treno accarezza la scatola acciaio timido che fa le fusa, ha timbrato tutti i biglietti tranne il tuo è il suo modo di dire “ti amo”, e si gira dall’altra parte contando tutti i tuoi gesti, li disegnerà sui vetri col dito e col vapore, ma già la scatola si apre tu volerai dal gradino alto, il tuo corpo sussulterà sperando di non sbagliare il salto;

e i tuoi capelli si scioglieranno travolgeranno quella spallina destra che non ha storia, è almeno da fine giugno che cade su e giù, e traboccando dalle spalle risaliranno le vie degli occhi, dette sguardi, poi faranno costellazioni da cui dire i tuoi oroscopi e i pianeti li ameranno più dei siderali pascoli e la vergine amerà la vergine per non sentirsi sola;

                                                                                                                          Nicola Fleming

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