nel paese Valéry (estratto II)

Stable trésor, temple simple à Minerve,
Masse de calme, et visible réserve,
Eau sourcilleuse, Oeil qui gardes en toi
P. Valéry

3.3   Il Borgo di nuovo la via di San Pietro, corridoio che non finisce fuori dalla porta di casa, meglio sarebbe un verde da guardar vivere morire, meglio della pietra rossa meglio del per-sempre, dell’immortale cioè equilibrio non-cellulare, come lo spiegarsi adagiato del rigo questo che va ancora e privo di adenina nucleotidi o trasduzione molecolare, eppure così RNAlmente determinato a calcarsi a imprimersi sulle forme di ciò che ho qui non so dove tra la gola e la mente per tradurne i contorni agglomerarli in spazi bianchi e tratti scuri lanciare la corsa dell’infinita replicazione di ciò che sarai, proprio tu, e sei e io sono;

3.3.1  E così infatti così rigo ti voglio, alimentato riattivato da te stesso circonchiuso dalla membrana che ti riscalda e filtra il mondo il nutritivo e lo scarto, dalla tua stessa progenie fecondato, non argomenti e oggetti ma un flusso che ha un suo motore e va va, ricopre e trasforma, sarà spietato il tuo ossigeno e strappa-elettroni come sa essere e non tacerà mai la tua fonte, mai lascerai spazio privo della tua informazione;

3.3.2   Allora bene, non ti serve cosa voglio dire, non serve che dico, una pompa-a-inchiostro soltanto e distese bianche bianche, il cielo qua sopra è bianco maledetto di pioggia i suoi capelli sciolgono non sciolgono, legano non legano, soffocano affogano la parola bruciano la gola e tremano tremano come il sermone acqueo è spezzato in triangoli dal mare, come un vulcano geme una piana s’innalza un fiume svapora, come questo dir-come, giovane ancora totipotente avventato non confinabile, forse eterno e terribile, sterminatamente lungo nel correre le ere, (eccoti gli oceani di mandibole e corazze le paludi di formiche assassine gli uccelli-terrore l’occhio della medusa, eccoti altroché il vero terribile significato di ciò che si pronuncia BIO), come come, come vorrei stupirmi di ciò che qui appare, spiazzarmi fulminarmi mentre continua questa generazione, il rigo che non può tornare indietro cambiare chi lo svolge, retroagire contro il Grande Dogma (l’informazione va in un solo senso DNA > proteina);

3.3.3   Poi colmo di meraviglia ti cercherei, ah! squadernare per i tuoi occhi la grande danza cambriana, poi l’Ortocono conchiglia immensa, i placodermi passarli in rassegna tutti, poi l’ossigeno che viene a sorgere dalle acque a infestare la terraferma, pesanti libellule nell’aria rada e vergine, poi lucertole (grandi impronte ovunque) piccoli Mammalia da accudire confortare, verrà il vostro tempo verrà! il grande tramonto cretacico a dare dimore nuove a darvi un regno di molte ere! guarda! mira tu che puoi l’immensa giostra del Terziario, i marsupiali alla deriva quel Carcharodon che fu terrore di balene, poi i condritti tornare a più modeste dimensioni mentre un primate qua e là alza la testa a guardare, fuori d’Africa coraggio! ché si parlerà di noi quando daremo di che parlare;

3.3.4   Ecco tutto insomma, quello che vedo come lo vedo, come il cinema che ami tanto, lo spettacolo d’una Terra, una terra prima dell’Odeon, certo un po’ simile a un fornello elettrico un bollitore impazzito, non hai bussole segnanti Nord, né il diretto e l’indiretto sono inventati, i movimenti delle placche non puoi delimitarli, di questa kinesfera che mi dici? che si espande all’infinito che è il cosmo stesso ecco, leggi questa;

                                                                                                                    Nicola Fleming

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