ritornello di Lera

Lera è viva in bocceria
dentro la vecchia piazza storta
su di lei la luna è mia
ora la notte è morta, è morta.

Cani a caccia per la via
pietra e vino sotto i passi
fumo acceso di malìa
fino ai tetti bassi, bassi

Lera è viva in bocceria
dentro la vecchia piazza storta
su di lei la luna è mia
ora la notte è morta, è morta.

                                                                                                                          Nicola Fleming

Advertisements

nel paese Valéry (estratto II)

Stable trésor, temple simple à Minerve,
Masse de calme, et visible réserve,
Eau sourcilleuse, Oeil qui gardes en toi
P. Valéry

3.3   Il Borgo di nuovo la via di San Pietro, corridoio che non finisce fuori dalla porta di casa, meglio sarebbe un verde da guardar vivere morire, meglio della pietra rossa meglio del per-sempre, dell’immortale cioè equilibrio non-cellulare, come lo spiegarsi adagiato del rigo questo che va ancora e privo di adenina nucleotidi o trasduzione molecolare, eppure così RNAlmente determinato a calcarsi a imprimersi sulle forme di ciò che ho qui non so dove tra la gola e la mente per tradurne i contorni agglomerarli in spazi bianchi e tratti scuri lanciare la corsa dell’infinita replicazione di ciò che sarai, proprio tu, e sei e io sono;

3.3.1  E così infatti così rigo ti voglio, alimentato riattivato da te stesso circonchiuso dalla membrana che ti riscalda e filtra il mondo il nutritivo e lo scarto, dalla tua stessa progenie fecondato, non argomenti e oggetti ma un flusso che ha un suo motore e va va, ricopre e trasforma, sarà spietato il tuo ossigeno e strappa-elettroni come sa essere e non tacerà mai la tua fonte, mai lascerai spazio privo della tua informazione;

3.3.2   Allora bene, non ti serve cosa voglio dire, non serve che dico, una pompa-a-inchiostro soltanto e distese bianche bianche, il cielo qua sopra è bianco maledetto di pioggia i suoi capelli sciolgono non sciolgono, legano non legano, soffocano affogano la parola bruciano la gola e tremano tremano come il sermone acqueo è spezzato in triangoli dal mare, come un vulcano geme una piana s’innalza un fiume svapora, come questo dir-come, giovane ancora totipotente avventato non confinabile, forse eterno e terribile, sterminatamente lungo nel correre le ere, (eccoti gli oceani di mandibole e corazze le paludi di formiche assassine gli uccelli-terrore l’occhio della medusa, eccoti altroché il vero terribile significato di ciò che si pronuncia BIO), come come, come vorrei stupirmi di ciò che qui appare, spiazzarmi fulminarmi mentre continua questa generazione, il rigo che non può tornare indietro cambiare chi lo svolge, retroagire contro il Grande Dogma (l’informazione va in un solo senso DNA > proteina);

3.3.3   Poi colmo di meraviglia ti cercherei, ah! squadernare per i tuoi occhi la grande danza cambriana, poi l’Ortocono conchiglia immensa, i placodermi passarli in rassegna tutti, poi l’ossigeno che viene a sorgere dalle acque a infestare la terraferma, pesanti libellule nell’aria rada e vergine, poi lucertole (grandi impronte ovunque) piccoli Mammalia da accudire confortare, verrà il vostro tempo verrà! il grande tramonto cretacico a dare dimore nuove a darvi un regno di molte ere! guarda! mira tu che puoi l’immensa giostra del Terziario, i marsupiali alla deriva quel Carcharodon che fu terrore di balene, poi i condritti tornare a più modeste dimensioni mentre un primate qua e là alza la testa a guardare, fuori d’Africa coraggio! ché si parlerà di noi quando daremo di che parlare;

3.3.4   Ecco tutto insomma, quello che vedo come lo vedo, come il cinema che ami tanto, lo spettacolo d’una Terra, una terra prima dell’Odeon, certo un po’ simile a un fornello elettrico un bollitore impazzito, non hai bussole segnanti Nord, né il diretto e l’indiretto sono inventati, i movimenti delle placche non puoi delimitarli, di questa kinesfera che mi dici? che si espande all’infinito che è il cosmo stesso ecco, leggi questa;

                                                                                                                    Nicola Fleming

nel paese Valéry (estratto)

Le Temps scintille et le Songe est savoir
P. Valéry

1.  Settembre acerbo, eppure i cieli già coperti, per questo è saggio, con le case vuote, coi frigo inesplorati e lampade rotte, per questo è saggio riposare un poco, scegliere un posto d’aperitivi forti, di forchettate piene, un luogo bianco tra il grigio e la luce;

1.1.  Non c’è crudeltà dobbiamo dire, una certa allegria di pioggia piuttosto un odore di nuovo e vecchio e di passeggiate e incontri, alcune cose possono cambiare, gioie tornare, rimanere negli odori della strada della pietra e dell’erba, negli odori che riconosceremo più in là non lo sappiamo, e il piovasco assente e presente, un sentore di acqua come atmosferico, emozioni e discorsi acquei, col mare lontano sembriamo piuttosto esseri di fiume, non ci spaventa la nube finché siamo al fresco inaspettato;

2.  Luce che è ora come era quando il mondo fu giovane, una tavola fertile, paese di musica, e tu vedi, ovunque, lode a Dio cum tucte le sue creature, con gli acidi nucleici e le basi azotate, con le membrane peptidiche e le ciglia mobili, con la bella doppia elica! quando vedi la parola una casa di legno o fragile argilla, un gattonare sulla lingua, e la schiatta dei simboli è una cucciolata di pelle e corpi;

2.1.  E vennero i costruttori di mappe e diedero alla luce segni, e linee, diedero luogo a ciò che non ha luogo e diedero terra all’impronunciabile e aria alla vista stelle agli occhi, strade al piede diedero, e direzioni su cui portare il disfacimento naturale dei corpi, sepoltura ai ricordi e volume ai sogni, fecondità alla voce per foglie, alberi, mari e insetti, generazione spontanea, splendida gemmazione della voce! oppure parole che affaccendate in più meiosi si dividono, moltiplicano, riassemblano, mutano i cromosomici suoni ed eccole nuove nuove nuove;

2.1.1.  Qui tu potrai dire “Joyce” e “flusso di coscienza” e “non finito”, e io posso toccare ora i tuoi capelli e non lo saprai mai e non lo vedrai, perché è qui nella voce della carta è al sicuro dalla realtà, nella reale quadrettatura, adagiate tra questi bordi le mie mani li accarezzano li liberano e spandono sulle spalle, ecco i viali della tua biondezza che voglio aperti da questi tratti, ed io li percorro ora ed essi non esistono ma ho potere su di loro, posso seguirli per lunghi giorni adattarli alle mie dita sintetizzarli in suono, così io sostituisco i tuoi legami al carbonio, così un fonema per ogni cellula, talmente facile che rideresti, guance tonde denti bianchi, rideresti dagli occhi al collo, diresti quella sono io! davvero ero con te? mi scioglievi i capelli mentre parlavo, ero proprio io? mettevi filo accanto a filo, giorno per giorno, argomento per argomento, rivelando una sottile chioma ben catalogata? lo accetterai questo, come accettiamo settembre, le ore assegnate, i miei titoli, il ritorno.