la passione di orlando – seconda parte

2° parte

La mia voce dall’aldilà ti accompagna, mio principe,
senti la stretta della mia mano sul braccio mentre si piega
per scrollare la briglia; ti presto la mia voce per soffiare
all’orecchio di Brigliadoro una parola di sprone.
Il cuore non posso lasciartelo, perché ora che non vedo più
la forma rivelatrice delle cose, perfino ciò che è all’origine
della vita mi è celato, come se la pura luce in cui sono disperso
potesse contenere la vastità di quello spazio vuoto.
So che puoi sentirmi, e per questo breve cammino raccomando
il sangue trascorso nelle tue vene alle stelle che vegliano
sulla fortuna di questa famiglia, perché in te riesca a pulsare
così forte e veloce da regalarti la vertigine della corsa
sorella del volo degli angeli liberi dell’empireo.
Ti prego di ascoltare il suo rumore,
di farti sempre più presso a quell’angolo
che solo la tua pace e devozione riusciranno a misurare;
la tua pace sopra ogni cosa, il ferro che nessuna punta potrà mai perforare,
finché ne resterai all’ascolto, e ti lascerai condurre,
immaginando che sia la mia mano nella tua, che ti conduce alla foresta
dei tuoi ricordi più remoti, rossi come il fuoco tenue di questa nuova alba
che ti colora il viso, invitandoti ad entrare.

Vola grazie a queste ali che scricchiolano
sugli steli monchi di pianura, una distesa di boccioli
verdi come gemme che attendono la pioggia di stagione
pur se adesso, al di là delle nuvole, si affaccia il nuovo sole nascente
a sorridermi, e nel silenzio dei nostri passi sembra quasi
che la natura mi parli, sibilando così lieve da confondersi
col silenzio della mia attesa.

Negli occhi del mio compagno di viaggio
balugina come gioco di luce sottile il movimento
della coda del cavallo del mio re, partito insieme a noi
per indicarci la via.
La mia memoria è labile e non mette al riparo
dalla possibilità di smarrirsi; per onorare celermente
il voto che ho fatto, questa notte ha visto giacere i nostri due cavalli
nel pagliaio, in modo che Brigliadoro potesse ritrovare, senza pericolo
di smarrirlo, l’odore della bestia sua compagna, la sola che, se anche bendata,
saprebbe in qualsiasi circostanza raggiungere il luogo che cerco, la cui immagine
con l’andare del tempo ha cominciato a sbiadire
nel mio sentimento.
Ora dunque il più fedele amico del re galoppa
senza un freno che ardisca stringergli la briglia, vola
senza queste ali che sono solo nostre, Brigliadoro mio,
perché il suo manto non è più dello stesso bianco
di quando uno degli angeli dell’empireo gli ha sfiorato la fronte,
infondendogli la grazia della stelle, eppure
esso muove come onda di maroso
per lo spirito che è parte di lui, succube gaudente
della voce che il re gli ha sussurrato nelle orecchie per tutta la vita.
Brigliadoro ti seguirà finché avrà fiato in corpo, non aver paura,
neppure tu, di scivolare oltre non visto, sfuggendoci,
poiché vi muove lo stesso furore, che vi siete scambiati nel sonno,
ripartiti in parte uguale, che ci guiderà fino alla sponda bagnata
dalle acque della mia memoria, quando eravamo qui tutti insieme
ad eccezion tua, Brigliadoro, poiché il mio destino doveva ancora compiersi,
e le ghirlande odorose che intrecciavo sul capo di mia madre non ancora regina
erano salutate dagli sbuffi di questa bestia distratta che ci tiene dietro,
così attenta alle umane cose e ai nostri rituali
da far nascere il sospetto che il suo cuore fosse un tempo
quello di un uomo capace di sentire.
Ora mi rammento che le acque di questo luogo
spandono nell’aria un’essenza che racchiude gli odori
dei quattro angoli del mondo, le sue parti migliori,
e stilla in perpetuo una pioggia che ne ricopre a manto la terra,
di cui essa si impregna e la fa sciogliere in profondità, gettando
il seme informe del fiore più raro.
E così non appena quell’odore inebriante
ti prende all’improvviso, e non puoi fare a meno di sentirlo,
maceri allora nel dubbio più dolce della tua intera vita, poiché non riesci
a decidere se si tratta di un fiore, dell’acqua di fonte o del rosato sulla pelle
di una donna amata. L’idea che potrebbe essere
una mistione dei tre fa salire una vertigine alla tua mente inattaccabile,
che non deve distrarsi, non puoi lasciarti andare prima del tempo
alla maniera della più grande figura tragica dell’antichità, il cantore Orfeo.
Il tuo compito è senz’altro più agevole, dal momento che all’immagine
che ti è vietato smarrire non ti lega amore carnale, bensì la pura, cieca
devozione, per tacere dei ricordi che riaffiorano
costituendo ciascuno come una placca
da aggiungere ai pezzi della tua corazza.
Mente e corpo sono divisi da una barriera sottile
come la pelle su cui si scrive, eppure sono ambedue inattaccabili,
l’occhio è vigile e la mano pronta ad imprimere un sussulto
che si propaghi fino all’allaccio della briglia, anche se pensi che non
sarà necessario, che al momento giusto le gambe del tuo migliore amico
affiancheranno quelle che tengono la testa della corsa, per riunirsi insieme
tra i flutti dell’oceano divorante.
E’ un fuggevole istante colto a malapena
in un guizzo di luce che riverbera negli occhi dell’osservatore,
l’attimo in cui la coda della bestia schiocca come una frusta sollevandosi
per restare sospesa in aria, immobile nella luce.
Il sole scompare dietro una roccia alta
che sembra tagliare il fianco del cavallo del re, ma basta seguire
la curva suggerita da quegli arti al galoppo per ritrovarsi dall’altra parte,
illuminati da una luce così soffusa, così diversa da quella persino aggressiva
della prima parte del cammino, da avvertire la presenza di uno spirito custode
accanto a te, a cavallo dell’aria limpida, quieta, un’aria che non si affretta.
In questo luogo i miei genitori si sono scambiati
la promessa di vita eterna nell’amore puro che viene dal cielo,
ai piedi della cascata che si riaffaccia al mio sguardo, là dove si perde il mio occhio,
mandandomi deboli bagliori del tesoro che serba nell’oscurità della roccia.
Le gambe della bestia si tuffano nello specchio
plasmato dall’incontro di venature celesti
intrecciate come steli in germoglio, per cui la superficie ne ritorna
lievemente increspata, come fosse uno scampolo di pioggia di temporale
appena scongiurato.
Brigliadoro ed io ci immergiamo nella quiete del suo letto,
ed è come ritrovare una sensazione che si credeva perduta, laddove
proprio quel timore ci ha permesso di continuare a seguirla, dedicandole
la nostra cura come si sarebbe fatto per una persona amata.
Il cavallo del re gira su se stesso e il suo collo teso
è una corda che chiede alle mie mani di stringere un nodo
che faccia passare tutta la mia gratitudine dal petto fino al punto in cui,
su quella fronte bianca, potrei presumere sia avvenuto il tocco dell’angelo.
Brigliadoro mi lascia smontare e lo affianca, la corsa è finita,
ed ora finalmente possono lasciare che il fuoco rimasto da spegnere si estingua
con un sorso di acqua di fonte. Accarezzano la superficie con il muso.
Vorrei abbandonarmi anch’io, come una bestia, sull’acqua,
ma il peso che pende dal mio fianco destro sarebbe capace
di innalzare al cielo la calma di questo luogo, ed allora sulla terra prosciugata
ricadrebbe la pioggia più fitta che il mondo ricordi.
Se soltanto immergessi la punta di questa spada, anche solo dalla parte dell’elsa,
al di sotto della superficie, lo specchio azzurro e liscio
diverrebbe rosso e schiumante come un maroso in tempesta.
Invero sono qui per sguainare la lama e puntarla unicamente
contro il designato, lo stordirò senza ferirlo, con il chiaro intento
di placare la voce che mi rimbomba nella mente, l’eco del sangue del re
che pulsa ancora. So che le mie mani tremeranno,
ma so altrettanto che il rimbombo del cuore che ti è rimasto mi guiderà, padre,
non mi lascerai sferrare questo ultimo colpo senza accompagnarlo,
so che questo attacco sarà il primo e ultimo che libererò, che mi trasformerà.
Lascia che mi prepari, allora. Il tempo già incombe,
e la tua voce si fa sempre più lontana…

bizzarro

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