confessione di un’angoscia surrealista

Proprio nei modi e nei termini
che temevo, ora mi manchi.

Non è il sale delle labbra, né il bagliore degli occhi.
Non è la stretta delle mani, né il profumo saltellante dei capelli, riflessi in mille occhi, dietro le panchine.

Qui, nell’angoscia dello Spazio, nella sete di superfici, nella droga della Forma.. Voglio bere il vuoto – colmo e d’un fiato – e rendere ogni pensiero immateriale.
Qui, nella nettezza bianca della solitudine,
a me manca proprio quello
che è la tua testa poggiata appena sulla mia spalla – le mie labbra appena sopra i tuoi capelli -:
è l’eternale pace;
la liscia tranquillità come uno specchio;
la finestra su un mondo che canta;

Qui, voglio essere delicato come questa luce da sera, pulito come questa lampada blu, antiquato e solenne;
sulla sua pelle effimera rimbalza lo sguardo che sfugge alla propria origine, come un faro voltato sfugge ogni secondo, al richiamo del mare, scivolando sulla propria luce.

Ecco come mi manchi. Come la tranquillità beata e azzurra.
Come la freschezza dei pochi gradi al mattino picchiettato dai nostri passi. Freschezza che stringe l’anima e la culla nella calma.
– la calma dell’abbraccio,
la calma della stretta e del sollevamento del corpo,
la calma della riuscita e del non ancora –

Qui, i simboli dei tuoi baci
Qui, la lontananza cieca
muta in ghiaccio la notte
Qui, io ritorno a ogni cosa.

 

Nicola Fleming

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